“Lunga ed impervia è la strada che dall’inferno si snoda verso la luce.”

(John Milton)

C’è chi dice che la guerra renda uomini. Ma credo si renda necessario comprendere cosa questo implichi. Anzi, è probabile che il risultato sia la cosa più lontana dall’immaginario collettivo di cosa renda un uomo tale. La guerra, semplicemente, toglie agli uomini la maschera. Privandoli di tutto quel cerone emotivo che mettiamo addosso ogni giorno prima di affrontare la vita. Non interessa a nessuno una sceneggiata quando la casa va a fuoco, si torna agli istinti primordiali. Il rimorso si può al massimo barattere con quattro Ave Maria in ginocchio sul mogano, ovviamente a cose fatte. Quando c’è in gioco la sopravvivenza riprendiamo contatto con il nostro lato primordiale ed animale. Con la spiacevole differenza che avere una coscienza a disposizione ci permette di addizionare all’istinto anche atteggiamenti estranei a tale emisfero come, ad esempio, la crudeltà. Quel famoso diavolo che ognuno di noi cerca di annichilire come può, giorno dopo giorno.

Siamo una generazione che ha avuto il privilegio di non vivere mai sulla propria pelle la disperazione dei tempi di guerra. Affrontando ogni giorno con incertezza, rischiando di perdere tutto alla prossima sirena nel cuore della notte.

Per non parlare poi della guerra vera e propria: quella da cui chi ritorna non sarà mai la stessa persona che è partita. Quella da cui chi ritorna baratterebbe tutto pur di essere soltanto un’altra croce anonima in un prato piuttosto che portare addosso il fardello di ciò che gli uomini sono in grado di compiere.

In questi giorni stiamo tutti affrontando quella che – presumibilmente – è la prima reale privazione in una vita costellata di libertà sempre maggiori. In un mondo che corre sempre più forte in ogni direzione, ad un certo punto hanno chiesto a tutti di rallentare e poi fermarsi. La prima reazione è stata un manifesto di tutto quello che di sbagliato c’è nell’animo umano: raid ai supermercati, prezzi stellari sui presidi medici e fughe a gambe levate tra le braccia di mamma. Atti di egoismo ed incoscienza che non hanno reso onore ad un Paese che mai come ora avrebbe avuto bisogno di ritrovare la propria umanità.

Tutte queste spiacevolezze sono state perpetuate facendo il possibile, allo stesso tempo, per puntare il dito contro il nemico di turno: i cinesi che mangiano anche i tombini e ci portano il virus, il Governo ladro che ha fatto troppo o troppo poco e non dimentichiamoci una spolverata di teorie del complotto che male non fanno mai.

Poi è successo qualcosa.

Abbiamo capito che sopra a questa barca ci siamo tutti. E che da questo momento difficile ne usciremo solo se ciascuno farà la sua parte. Litigare e battere i piedi per terra, come un bambino a cui hanno bucato il pallone ai giardinetti, avrà come unico risultato quello di rendere questa esperienza ancor più soffocante e duratura. Allora l’unica soluzione è prendere questa enorme limitazione come occasione per riscoprire il lato migliore dell’essere umani: la compassione, la solidarietà.

Invece che guardare sempre al nostro orticello, proviamo ad avere cura delle persone più fragili che ci stanno accanto. Prendiamo in mano le nostre sorti e resistiamo alla tentazione di lasciare che qualcuno sistemi le cose per noi ancora una volta. Rivendichiamo i nostri privilegi individuali ritornando ad essere una comunità non solo quando c’è da battere le mani sul balcone, ma anche quando possiamo controbuire in maniera concreta. E forse questa lezione ci sarà utile anche quando torneremo a vivere le nostre vite ordinarie, dando maggior valore a tutte quelle piccole cose che avevamo sempre dato per scontate.

Federico Dask

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