Che gli Americani non abbiano particolarmente a cuore l’epica del “proprio” Paese non è certo un segreto. Anche perché se dovessero farlo in maniera intellettualmente onesta dovrebbero raccontare uno dei peggiori genocidi della storia dell’uomo. Un abominio non solo in termini di vite e di ettari di terra strappati ma – come avvenuto durante tutta l’epoca Coloniale – anche e soprattutto un annichilimento culturale.

Quando gli Americani hanno rappresentato le tribù native nelle loro raffigurazioni, hanno spesso e volentieri preferito dipingerli come selvaggi coi piedi affondati nella terra. Un’infezione locale da debellare con l’antibiotico della cultura europeoide che avevano importato nel Continente, a partire dai pellegrini della Mayflower, qualche secolo prima. E proveranno in tutti i modi a convincervi che i nativi siano stati solo un intralcio al processo di pace e civiltà che da sempre rappresenta uno dei fiori all’occhiello del vecchio zio Sam. E allora fa niente se le straordinarie conoscenze scientifiche ed artigianali delle popolazioni indigene americane siano state rase al suolo a colpi di Bibbia e moschetto.

Chissà se anche il ferocissimo Colonnello Custer – veterano della Guerra di Secessione e di numerosi massacri di nativi – non si ponesse nei confronti dei Sioux come l’ennesimo branco di indigeni cui far scontare l’unica colpa di difendere la propria terra. Non aveva fatto i conti con due figure chiave di quella che fu una delle ultime pagine vittoriose della storia dei “pellerossa”: il grande guerriero Cavallo Pazzo, che infuriava sui nemici col volto dipinto di bianco. Ma soprattutto la mente dietro alle rivolte, l’anima dei Sioux. La loro guida spirituale e militare: Toro Seduto.

Ci piacerebbe pensare, come scritto da Salgari, che egli non solo uccise Custer, ma gli strappò il cuore e lo mangiò crudo sul campo. Ma è più probabile che la sua guida alla battaglia sia stata soprattutto strategica ed ideologica. Oggi, se vi recate al museo ubicato sulle stesse sponde, cercheranno di convincervi che il 7° Cavalleria di Custer non era mosso che da intenzioni nobili nei confronti di quei barbari resi ciechi dall’ignoranza. E la storia, si sa, rende sempre omaggio ai vincitori offuscando il ricordo dei vinti. Ma ciò che è certo è che quel giorno – sulle rive del fiume Little Big Horn, nel 1876 – un tentativo vigliacco di violare un trattato da parte americana venne respinto e sovvertito dall’orgoglio di un popolo che cavalcava in sella a valori che neanche il più vigoroso pezzo di artiglieria avrebbe potuto scalfire.

Ma non sarà questo il modo in cui verranno ricordati. Rimarranno sempre i selvaggi nemici dei cowboys che assaltano le diligenze nel Far West nei film che tanto piacciono a grandi e piccini. In fondo, perchè rovinare una bella storia con la verità?

“Appartenere ad un’altra razza continua a essere una colpa. Avere combattuto la nazione americana è un’aggravante specifica. Aver vinto battaglie è un sacrilegio imperdonabile. Anche se avevano ragione, i Sioux dovevano perdere.”