Una volta ho letto che giustificare il male significa moltiplicarlo. Tutti lo facciamo, più o meno volontariamente a seconda dei casi. Ogni giorno.

Questo accade perchè nella nostra società domina un paradigma molto preciso: quello dei “Non sono razzista, ma…” o del “Ma cosa dici, sono pieno di amici ” come se una presa di posizione etica nelle intenzioni fungesse da parafulmine per un comportamento non etico nei fatti.

Ma c’è una frase, più di qualunque altra, che rappresenta il manifesto di questo tipo di cultura: se l’è andata a cercare.

La 18enne stuprata a Terrazza Sentimento? Se vai a pippare ad una festa privata di gente che non conosci, te la sei andata a cercare.

Le foto private leakate di un personaggio famoso? Poteva non fare quei video vista la sua posizione, così te la vai a cercare.

Sei andata a fare la volontaria in Kenya e ti hanno rapita? Se fossi rimasta a casa non te la saresti andata a cercare.

L’hanno stuprata mentre tornava a casa dalla discoteca? Ti ricordi com’era vestita? Così te la vai a cercare.

Non so se ci rendiamo conto della pericolosità di questo meccanismo mentale. Soprattutto, non credo ci si renda pienamento conto delle ripercussioni sullo stato mentale di una persona che è stata prima umiliata e poi persino colpevolizzata da chi invece avrebbe dovuto sostenerla. E sapete qual è la naturale conseguenza di questo modello di comportamento? Che quando malauguratamente ci toccherà essere la vittima, noi per primi finiremo per giustificare i nostri aguzzini.

La mia scusa mi hanno insegnato a chiamarla mentalità. E per anni ho fatto finta di non vedere in che modo veniva utilizzata. Come se quello a cui assistevo fosse parte di un gioco di cui avevo accettato le regole. Salvo poi arroccarmici dietro quando è venuto il mio turno di subirne gli effetti. Anche io me l’ero andata a cercare, evidentemente. E siccome avevo accettato quelle regole, avrei dovuto subirne anche le conseguenze senza fiatare. Non c’è stato neanche bisogno che qualcuno lo dicesse, nonostante sia comunque successo. Io per primo l’avevo pensato. E ci ho creduto a lungo, una parte di me temo ci creda ancora. Forse per non rendere vano tutto quello per cui ho sacrificato una grossa fetta dei miei anni migliori.

Quello che invece – col tempo – ho realizzato, è che non ci sono scusanti. Non ci sono concorsi di colpa. Ci sono solo azioni vigliacche ed una cultura sbagliata a sostenerle. E finchè il modus operandi sarà quello di voltarsi dall’altra parte e dire: “Io non lo farei mai.” i risultati saranno questi.

Non ho dubbi che la maggior parte delle persone consideri negativamente le azioni di chi commette qualsiasi tipo di violenza. Ma allo stesso tempo dobbiamo finirla di cercare un qualche concorso di colpa da attribuire a chi – in ogni caso – è e dovrebbe essere soltanto vittima. Molti di noi pensano che condannare le azioni altrui sia un lasciapassare sufficiente a pulirsi la coscienza. Ma la nostra responsabilità non finisce qui, deve arrivare alla radice del meccanismo che rende il problema tale.

“Io non stuprerei mai una ragazza” non è sufficiente se poi si mercifica il corpo femminile come se fosse carne da macello da vendere un tanto al kg.

“Io non mandarei mai foto della mia ex in giro” non è sufficiente se poi un amico lo fa e si fa finta di niente o addirittura lo si incoraggia.

“Io non darei mai del negro a qualcuno” non è sufficiente se poi quando vediamo un gesto razzista giriamo la faccia dall’altra parte.

“Io non tradirei mai un amico” non è sufficiente se poi lo umiliano davanti a te e non muovi un muscolo in suo soccorso.

Il tempo di nascondersi dietro ad un dito è finito.
Il tempo dei concorsi di colpa è finito.

Se vogliamo una società migliore, noi tutti siamo tenuti ad agire per renderla tale.
Altrimenti, presto o tardi, verrà il nostro turno.
E non sarà un bel risveglio.
Poi non dite che non vi avevo avvertito.

Federico Dask

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