Non riesco nemmeno a ricordare quante volte ho sentito dire che il rap – ma in generale si può allargare la forbice a tutta la cultura hip hop – sia la poesia della strada. La massima espressione artistica che si fa largo – come un fiore tra il cemento – tra disagio, fame, odio. Gli stessi sentimenti che Haine cerca di raccontare ed incanalare con ogni mezzo possibile. Sebbene la scuola della strada sia lontana anni luce dai “Promessi Sposi” manzoniani, fin da subito si è resa evidente l’esigenza, per una certa corrente artistica, di raccontare anche qualcosa che andasse oltre a coca, pistole e cash.

“The Message” di Grandmaster Flash & The Furious Five probabilmente rappresenta il primo vero pezzo “conscious” della storia dell’hip hop. Niente luci al neon e culi bassi in pista, bensì orecchie belle aperte di fronte ad una realtà che molti dei partecipanti, ma soprattutto dei fruitori del genere vedevano fuori dalla propria finestra ogni giorno che dio metteva in terra. Questo cambio di paragidma ha fatto sì che il rap diventasse non solo una valvola di sfogo dalla dura vita di quartiere, ma anche un mezzo per raccontarla, criticarla. Fin tanto anche ad esaltarla, se pensiamo ad un certo tipo di Gangsta rap.

Quando il fenomeno hip hop ha saltato a pie’ pari l’Oceano Atlantico e poi valicato le Alpi, i pionieri nostrani del genere hanno col tempo compreso che la nostra cultura urbana aveva tanto hip hop nelle vene. Solo che la realtà era molto diversa da quella dei projects del Bronx o di Compton. Perciò, dopo un breve periodo di naturale scimmiottamento, l’hip hop italiano ha finalmente abbracciato in primis la propria lingua, ed allo stesso tempo è diventato una cronaca a quelli che erano i moti d’odio delle nostre periferie, della provincia, di chi si sentiva fuori posto o dimenticato. Lungo lo Stivale sono nati progetti come Sangue Misto, Colle der Fomento e Frankie Hi-NRG, che toccavano temi complessi come il razzismo, la Mafia e la tossicodipendenza.

In questo contesto, negli anni 90 a Reggio Emilia, iniziava a formarsi un giovane Alessio Mariani, prima nel collettivo La Kattiveria e poi in singolo come Murubutu, riuscendo a spostare il focus del rap su temi fin anche didattici – complice la sua professione come docente a tempo pieno. Portando lo storytelling applicato all’hip hop verso nuove direzioni e note stilistiche, mantenendo sempre un occhio alla strada ed alle sue complessità ma anche uno verso la biblioteca. Riuscendo a dimostrare che il rap possa anche essere una forma di divulgazione culturale fine a se stessa e non sono la cronaca di ciò che succede nella quotidianità. Tra i grandi riconoscimenti di questa ennesima mutazione del rap italiano, il premio ricevuto da un altro protagonista del genere – il romano Rancore – premiato a Sanremo dalla giuria per il miglior testo nell’edizione di questo 2020. Una preziosa vittoria corsara in casa di chi il rap l’ha sempre guardato con un po’ di presunzione e scetticismo.

Avremo piacere di farci raccontare tutto questo processo dalla viva voce di Alessio nella prossima puntata di Rolling with Haine We Riot, lunedì 24 agosto in una speciale edizione pomeridiana estiva, alle ore 15.00.

Allacciate le cinture, questa volta si fa sul serio!

Federico Dask