Una delle cose che maggiormente spaventano coloro che si addentrano per la prima volta in territori esotici è l’incapacità di accettare di non sapere con cosa si troveranno alle prese. Nonostante Internet abbia ormai spoilerato gran parte della sorpresa, purtroppo il diverso fa ancora paura. Specialmente in un mondo con sempre più muri e sempre meno ponti. Ma il viaggio, nella sua essenza primordiale, serviva proprio a celebrare la scoperta del nuovo. Ed anche oggi possiamo approcciarci a questa attività in maniera genuina ed aperta.

Se ci fosse bisogno di una piccola spintarella, ci hanno pensato i ragazzi del Mongol Rally a darci una maniera ideale per lasciare a casa i pregiudizi ed andare a scoprire il mondo. Come, direte voi? Semplicissimo. Il Mongol Rally è una corsa – chiamarla gara sarebbe sbagliato perché non è competitiva – nata dal folle viaggio di un paio di studenti inglesi che nel 2001, non sapendo come passare il tempo durante una vacanza-studio in Repubblica Ceca, decisero di prendere una macchina da due Lire – una FIAT 126, per la precisione – e vedere fino a dove sarebbero riusciti ad arrivare. Con la Mongolia a fare da ipotetico traguardo. La burocrazia lì fermò al confine iraniano, ma l’esperienza fu talmente segnante che si promisero di riprovarci. Esattamente due anno dopo, il primo Mongol Rally venne organizzato ed i due varcarono le porte di Ulanbataar come promesso insieme ad altre tre delle sei squadre che avevano partecipato. Da quel momento il numero di membri ha continuato a crescere fino a raggiungere le 300 compagini delle ultime edizioni. Con membri provenienti da circa 40 paesi e con età che vanno dai 18 ai quasi 80 anni. Per questioni burocratiche il punto di arrivo da qualche anno è stato spostato all’estremità orientale della Siberia, poco sopra la Mongolia. Mentre la partenza varia di anno in anno tra il Regno Unito e la Repubblica Ceca.

Le regole per partecipare sono poche e semplici:

1) Serve un’auto (o moto o quello che volete) con massimo 1200 di cilindrata e che abbia almeno dieci anni di vita.
2) Non esiste alcun tipo di assistenza tra partenza ed arrivo. Qualsiasi problema ci sia, ve la dovrete cavare da soli.
3) Ogni team dovrà raccogliere almeno 1000 Sterline per beneficienza prima e durante il viaggio.

Voi direte: chi mai potrebbe pensare di prendere un Pandino scassato e andare fino in Mongolia? Con tutti i rischi del caso, senza nessun premio o obbiettivo se non arrivare, e con l’ottima probabilità di trovarsi alle prese con più ore di guida e dogane di quelli passati a godersi il panorama?

Vero. E credo che anche molti fra coloro che si iscrivono alla manifestazione non abbiano piena coscienza di quanto questa esperienza metterà realmente alla prova la loro resistenza, fisica ed emotiva.

Poi qualcun’ altro potrebbe obiettare che con una macchina decente questo viaggio avrebbe sicuramente un maggior tasso di successo e comodità, pur mantenendo la bellezza dei paesaggi. Perché mai farlo con una macchina da quattro soldi senza alcuna assistenza?

Vero anche questo. Sicuramente le dune del Turkmenistan o la Pamir Highway risulterebbero meno impervie se a bordo di un 4×4 con assistenza stradale 24/7 piuttosto che con la Ritmo targata Siracusa di tuo nonno.

Entrambi questi assunti sono dettati dalla nostra mania organizzativa e dalla ricerca costante di evitare i problemi. Quello che invece gli organizzatori del Rally vogliono che accada è esattamente il contrario. Anzi, te lo dicono proprio che ci saranno problemi. E va bene così. Perché quando sei sperduto nel mare di steppa del Kazakistan, non hai un GPS ed il telefono ha zero tacche, sei costretto a trovare una soluzione. Ad inventartela, il più delle volte. Scoprendo che ti sentirai immensamente più felice anche senza nessuna delle comodità a ci sei abituato. Sarai anche obbligato ad affidarti al buon cuore di perfetti conosciuti che per una vita ti hanno insegnato a temere.

Scoprendo poi che dietro quella cortina di ferro di pregiudizio si celerà un mondo pieno di gente per bene. Gente che spesso non ha niente e che non esitera un momento a condividere tutto ciò che ha: cibo, casa e risorse.

Il vero valore di questa esperienza risiede proprio nel forzare i suoi partecipanti ad avere un’avventura nella maniera più spericolata possibile. A superare le proprie paure ed i propri limiti. Un’esperienza che ogni anno aiuta centinaia di persone che una volta tornate nei rispettivi Paesi racconteranno quello che hanno visto e vissuto ed ispireranno altri a fare lo stesso.

Per la nostra prossima chiacchierata su Rolling with Haine We Riot di Lunedì 2 Novembre alle ore 21.00, abbiamo pensato di invitare uno di loro, Riccardo Galdieri. Autore di uno dei pochi libri a disposizione sul Mongol Rally e disponibile al seguente link:

Una collana di storie ed esperienze (in lingua inglese) prese dalla vivavoce di organizzatori e corridori che negli anni hanno animato la manifestazione.

Con lui discuteremo del valore intrinseco di Mongol Rally, del suo lato benefico e di tutto ciò che serve sapere – o non sapere? – prima di imbarcarsi in questa folle, folle avventura in giro per il mondo in cui viviamo.

Federico Dask