Non posso dare per scontato che chiunque leggerà queste righe abbia avuto a che fare – direttamente o indirettamente – con una malattia degenerativa. La mia famiglia è stata particolarmente devota alla sottocategoria che affligge la mente. Qualcosa che per definizione, un giorno alla volta, deruba una persona di una piccola parte del proprio io. Ed impone a coloro che ama un biglietto di prima fila per uno spettacolo avvilente: quello di vedere affievolire, un po’ per volta, quella scintilla che ci ha reso chi siamo. Qualcosa che ci ha unito e che, poco alla volta, ci vediamo inevitabilmente sfuggire di mano. Come una cicatrice che invece di guarire si allarga sempre più, fino all’inevitabile.

Una volta ho sentito una persona cara dire: “Spero che almeno non se ne renda conto”. Perchè ci si illude che quella orribile perdita d’identità abbia come unico lato positivo una sorte di morfina della mente. Dove si spera rimanga solo un cervello riportato allo stato di fabbrica, azzerato di tutto il suo inestimabile contenuto emozionale. Inclusa la pena di vedere qualcuno che ami piangere in un angolo per non farti preoccupare.

Le malattie degenerative del corpo non concedono questo stesso privilegio.

La mente è quasi sempre l’ultima ad andarsene. E molte volte la data di scadenza non esiste, resta solo un limbo lungo una vita. In cui sai solo che ogni giorno dovrai alzarti e vivere. Conscio del fatto che potrebbe essere l’ultimo in cui il tuo corpo ti concederà quelle stesse cose che hai fatto fino a quello precedente. Ed ogni singola volta dovrai fare il possibile per trovare la forza di colmare il vuoto di ciò che la malattia ti avrà tolto altrove. Fin tanto che le forze te lo consentiranno.

Ezio Bosso ha resistito fino alla fine. Cercando di sopperire alla mancanza di quel modo di fare musica e vivere la vita che la pandemia gli aveva portato via. Quello che aveva a gran voce manifestato nella sua memorabile esibizione a Sanremo nel 2016: la condivisione, l’amore. Fino all’ultimo si è prodigato per aiutare i suoi orchestrali rimasti senza lavoro. Ha cercato di portare avanti il suo ultimo regalo all’Italia: il progetto Mozart14, per portare la sua musica negli ospedali e nelle carceri, dove i sogni vanno a spegnersi. Aveva detto che sognava anche solo di abbracciare qualcuno – fosse anche un albero – non appena gli fosse stato possibile. La sorte non gli ha concesso neanche questo ultimo desiderio prima della fine.

Come qualcuno riesce lucidamente a far notare, in mezzo ad un mare di De mortuis nihil nisi bonum (dei morti non si dice mai nulla che non sia buono, ndr), Bosso non verrà probabilmente mai ricordato per il suo genio artistico. E come molti, negli anni, anch’egli non è stato certo esente da critiche e polemiche. Ma credo che quando tutto si sarà placato e ci guarderemo alle spalle fra un po’ di tempo, tutto quello che resterà sarà quel sorriso contagioso e pieno di forza ed amore. Intarsiato in un corpo ridotto a caricatura di se stesso. Quel sorriso che ha fatto commuovere chiunque lo abbia involontariamente ricambiato almeno una volta. Quello di chi sente la vita sfilarglisi via di dosso, un poco per volta, ed ha ancora un’enorme voglia di vivere e fare musica. Nell’unico modo in cui gli era possibile: INSIEME.

Federico Dask

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