La compagnia che sta rivoluzionando il modo di far teatro in Italia

Dimenticatevi le sedie di velluto, i remake e gli sbadigli a metà atto. Alzate in alto i drink e preparatevi a ballare mentre va in scena una rivoluzione teatrale, quella di Dogma Theatre, giovanissima compagnia teatrale di altrettanto giovani attori. Haine We Riot ha incontrato alcuni dei membri della compagnia teatrale underground che ha già richiamato l’attenzione di rinomati Spazi e Teatri italiani. 

Conosciamoli da vicino! 

Gabriele Colferai è il giovane regista di Dogma, insegnante di recitazione e documentarista. Dopo aver studiato con importanti registi italiani, si forma con un master in Theatre Directing alla East 15 di Londra. Ha diretto 7 spettacoli tra Italia e UK. Lavora come insegnante guidando workshop su Shakespeare, di Physical Theatre, e la Palestra per attori di Dogma. Ha scritto e diretto due documentari e studiato alla Metfilm School di Berlino.

È invece a Filippo Panigazzi, classe 1989, che si deve la nascita vera e propria di Dogma. Insegnante di Yoga con una laurea in psicologia, Filippo si è formato come attore alla Fourth Monkey di Londra. Dopo un intenso periodo di studio in India, ha viaggiato l’Europa insegnando Yoga in diversi paesi, senza mai abbandonare le produzioni di Dogma.

Claudia Mangini, dopo aver esplorato a lungo il mondo della danza a stretto contatto con coreografi da tutto il mondo, ha lavorato in molti musical italiani. Assistente coreografa in workshop internazionali di danza, oggi sta muovendo i primi passi come movement director negli spettacoli di prosa.

Roberto Marraffa, attore e insegnante di recitazione, si è formato all’Accademia di Musical MTS di Milano. Si è da subito dedicato con successo alla formazione teatrale in diverse scuole italiane anche in qualità di aiuto regista per progetti sia di prosa sia musicali.

Com’è nato Dogma?

FILIPPO – Dogma nasce nel 2017 in un pub a Nord di Londra, precisamente a Manor House. È stato lì che ho radunato alcuni ragazzi, fra cui Gabriele, per fondare la compagnia. C’era l’esigenza di cominciare a fare delle cose che fossero solo nostre, mettendo in pratica i vari percorsi formativi internazionali di ognuno. Dogma infatti nasce come una compagnia internazionale composta da ragazzi italiani e inglesi, che hanno studiato in diverse università a Londra tra recitazione e regia.

Un po’ in UK e un po’ in Italia: come siete organizzati?

FILIPPO – Londra è stata la città che ha visto nascere i nostri primi progetti. Dopo tanti anni all’estero, però, c’era anche la voglia di tornare e provare a fare questo mestiere nella nostra lingua. Ultimamente abbiamo, infatti, deciso di lavorare più in Italia, motivo che ha spinto me e Gabriele ad accogliere nella compagnia anche Claudia e Roberto, mentre sul fronte internazionale Dogma può contare su Lèoni Hughes, Brendan Lucia, Lily Catalifo. Per quanto possa sembrare difficile lavorare a distanza, e non lo nego a volte lo è, troviamo estremamente stimolante avere questa doppia identità che ci unisce per uno scopo comune. I ragazzi inglesi spesso vengono in Italia per workshop intensivi che organizziamo e noi italiani andiamo a Londra quando dobbiamo lavorare a un progetto insieme. 

Perché Dogma è un progetto unico?

CLAUDIA – Ci piace definirci un piccolo collettivo teatrale con grandi idee. Creiamo lavori originali cui i membri della compagnia partecipano ogni volta con ruoli diversi, alternandosi tra regia, scrittura e recitazione. Creiamo storie originali per luoghi non convenzionali, oltre che teatrali: “La terra degli ultimi” nelle Grotte di Putignano in occasione del Festival SPARKS 2018, “A long way down” in una tenda da campeggio per 10 persone per il Brighton Fringe 2019. Ci piace raggiungere un’intimità con il pubblico e suscitare delle emozioni forti, disruptive theatre ci piace chiamarlo. Questo tipo di lavoro che inizia ovviamente in sala prove, non solo invita ma incita gli spettatori ad essere parte integrante delle nostre rappresentazioni.

Teatro inglese e italiano in cosa si differenziano?

GABRIELE – La differenza più grande è che in Italia si dà per scontato che sia la parola a dover guidare la narrazione. Nel teatro inglese non è così. Ci sono dei momenti molto fisici che si integrano con la parola portando avanti la storia; c’è un uso molto più frequente del canto dal vivo per creare partiture musicali che fanno da colonna sonora alle scene, c’è grande fantasia nell’uso di puppetry (burattini, ndr) e manipolazione degli oggetti e della scenografia. Corpi, oggetti, luci e musica ogni volta sono mixati in maniera sorprendente. Il regista è solo uno dei componenti del team creativo e anche gli altri (movement director, vocal coach, set designer) hanno una grande influenza su quello che accade in scena. Gli attori sono concepiti come performer completi, concezione guardata con sospetto in Italia dai puristi della prosa.

In Italia, andare a teatro non è proprio “da millenials”. Cosa ne pensate? 

GABRIELE – A Londra vedi ragazzi giovanissimi che, mentre sorseggiano una birra, si godono Shakespeare al National Theatre a soli 15 pound. Per molti qui in Italia andare a teatro significa spendere un bel po’ di soldi, doversi vestire bene e aspettarsi una cosa lunga, lenta e a tratti incomprensibile. Credo che con fatica bisogna riconquistarsi la fiducia del pubblico, parlando di storie e problematiche attuali e affrontando i classici con più sfrontatezza, provando a reinventarli. Non possiamo ignorare la realtà in cui viviamo, i suoi ritmi, le esigenze e le abitudini del pubblico: ad esempio, le serie tv hanno sdoganato una grande libertà nei linguaggi, nelle strutture narrative… Hanno portato alla ribalta molti generi e tipologie di personaggio non convenzionali. Anche in teatro non bisogna aver paura di essere “pop”. È una parola che spaventa eppure così necessaria! 

Cosa manca al teatro italiano?

GABRIELE – Manca meritocrazia, possibilità di entrare in contatto con i teatri più importanti, opportunità per entrare in “serie A”. Presentare un proprio progetto al direttore artistico di un grande teatro è impossibile se non hai qualche contatto personale, se non sei stato allievo di… O se non hai un “nome”. È un meccanismo che non ho mai capito. Ci vorrebbe più curiosità da parte di chi ha la possibilità di produrre e di sostenere nuovi progetti. Siamo giustamente molto attenti nel celebrare i grandi del passato, ma ci dimentichiamo di cercare i nuovi talenti, quelli che parlano al presente e ci traghettano al futuro prossimo.

Qual è la mission di Dogma?

CLAUDIA – La parola dogma deriva dall’antico Greco e significa qualcosa di vero. Crediamo nel valore formativo del teatro, per cui spessissimo ci ritroviamo a trattare tematiche socialmente rilevanti che abbiamo a cuore: fascismo e omosessualità, suicidio giovanile, ragazzi in cerca di un motivo per vivere, alieni, un pugile in campo di concentramento. Fatti veri, anzi verissimi. Recentemente abbiamo ricevuto la tesina di terza media di un ragazzino che era venuto a Roma a vedere uno dei nostri spettacoli, La Belva Giudea, poi diventato il tema della sua discussione d’esame. È quando accadono cose simili che ci rendiamo conto che siamo sulla strada giusta!

Che spettacoli avete già inscenato? 

FILIPPO – Il nostro debutto a Londra è stato Cabin Fever, sold out al Camden Fringe 2018, spettacolo scritto e messo in piedi da noi di cui abbiamo portato una versione breve in italiano allo ShortLab di Roma. Abbiamo continuato sul filone Italia/Uk con Norway.Today di Igor Bauersima e la versione inglese originale di A long Way Down. Non ultimo La Belva Giudea, spettacolo scritto e interpretato da Gianpiero Pumo, membro associato di Dogma, per cui abbiamo vinto il premio Miglior Regia allo Shortlab 2018. Lo spettacolo sviluppato nella sua versione estesa è stato scelto dal Teatro di Roma come evento per la Giornata della Memoria 2019.

Progetti per il futuro?

CLAUDIA – Tantissimi. In particolare al momento siamo concentrati su un grande progetto, Feroci, di cui abbiamo fatto una prima residenza artistica a Settembre 2019 al Tempio del Futuro Perduto a Milano. Sin dall’inizio, è stato chiaro il tipo di spettacolo da creare: inusuale, potente, commovente e socialmente rilevante. Stiamo organizzando, Covid 19 permettendo, una seconda residenza teatrale per terminare e promuovere lo spettacolo. È un progetto-evento di estrema importanza per noi: è la storia di un amore omosessuale che nasce in un gruppo neofascista. Il linguaggio che stiamo creando è assolutamente innovativo per l’Italia, abituata a vedere spettacoli di sola prosa o sola danza. Con questo spettacolo Dogma vuole rivolgersi a un pubblico non solo teatrale: lo spettacolo è pensato per vivere in spazi anche non convenzionali. Elementi come la musica techno, una scenografia scarna e un linguaggio asciutto e diretto, rendono lo spettacolo appetibile per un pubblico non abituato a frequentare le sale teatrali.

Gira voce di una partnership con Marcelo Burlon… In cosa vi sentite vicini allo stilista?

Sì, anche se siamo ancora in fase di progettazione. In occasione della seconda residenza artistica di Feroci, vorremmo creare una rete di connessioni con Associazioni LGBTQ+, Antifasciste e personaggi di spicco di Milano che hanno a cuore queste tematiche e possano aiutarci a dar voce a ingiustizie ancora troppo in voga. L’idea è di creare un evento dove, dopo la rappresentazione teatrale, lasciamo la parola a tutti coloro che lottano in prima linea ogni giorno contro le discriminazioni. Tenete le dita incrociate per noi!