Ciao Willy, cuore impavido.
Un ragazzo di soli 21 anni. Un ragazzo che suda in cucina e sogna un giorno di deliziare gli ospiti con le sue prelibatezze, cercando di carpire i segreti del maestro Chef. Giorno per giorno. Un ragazzo che ama il calcio e da buon cuore giallorosso sogna di esultare un giorno sotto la Sud dell’Olimpico. Ma il presente non è questo. Qualcuno ha deciso, senza una valida ragione, che il presente non si possa più utilizzare. La vita di Willy Monteiro Duarte spezzata in una comune notte di Settembre, da chi, senza alcuna ragione gli ha negato il diritto di sognare ancora.


Uno dei tanti? Uno di noi. Un cuore impavido, che ha deciso di intervenire per aiutare chi in quel momento si trovava in pericolo. Forse d’istinto, forse incurante del reale pericolo, ma con un senso civico di questi tempi non comune.


Willy se n’è andato così, probabilmente in pochi minuti, sicuramente per una rissa scatenata da chi è sopraffatto dalla cultura del branco, dell’odio e del più forte. Un’esecuzione in piena regola, per regolare però il nulla. Due, poi tre, quattro persone o forse più che all’improvviso si presentano in
una piazzetta di un paese alle porte della capitale chiamate da altri complici per risolvere la situazione. Non è chiaro però di quale situazione si stia trattando. E questo è il punto.

Da una settimana il caso di Willy sta tenendo banco nel nostro paese. Dibattiti, enormi digressioni politiche, razziali. Troppo spesso banali. Non è questo che interessa. La vita di Willy valeva più di tutto ciò, perché ancor oggi non si può morire per futili motivi, per violenza e bullismo. Questo è. Una società assuefatta dal modello del più forte, dei muscoli, della supremazia. Ma la supremazia ha un limite strutturale: è fatta ai danni di altri.

Willy non è un eroe. E’ vittima di un sistema che purtroppo vive in alcune menti troppo spesso di apparenza, di finte imprese ed esibizionismo. In fondo non è molto diverso dalle favole che ci raccontavano da bambini prima di addormentarci: c’è il buono, il protagonista che tra mille peripezie riesce a districarsi per dare un esempio da seguire. E poi c’è l’antagonista per definizione, che si sente forte solo con i più deboli, solo se protetto da altri, perché altrimenti non si permetterebbe mai di tenere certi tipi di comportamenti. Perché è l’arroganza che spesso fa male, e quando va male, uccide.


Facile così. Qualcuno direbbe: situazioni di vita. Vero in molti casi, ahimè. Ma è solo non inchinandoci alla logica della non cultura, della violenza e dell’ignoranza che potremo vedere una piccola luce in fondo al tunnel. La speranza è di vederne molte, come quelle delle fiaccole che hanno illuminato Colleferro la notte seguente l’uccisione di Willy. La logica del più forte non deve appartenere a questa società. Per nessuna ragione.


Se il bene genera bene, la cultura non può che generare altra cultura. E per evitare un Colleferro bis è opportuno affidarsi a questo principio. Non interesserà a nessuno se un bambino divenuto un giorno uomo si ricorderà tutte le nozioni imparate nel corso degli anni di studio. Quest’ultimo avrà
senso solo se accompagnato dall’aggregazione, dalle esperienze, dalla conoscenza del diverso. Dal comprendere che i più deboli vanno tutelati, perché esseri speciali e non inferiori. Perché è dalle relazioni che si cresce. Perché, pensandoci bene, è la dimensione sociale che forma Uomini e Donne.

Non interessano colori, né politici né di pelle né di altro. Interessa però creare una dimensione sociale ed istruttiva adeguata a formare delle persone pensanti e d’animo, senza distinzioni. Nemmeno d’età. Nemmeno se in passato si sono commessi errori.

Sembrerà anacronistico ma le uniche righe dedicate agli aggressori sono basate sul principio appena esposto. Non interessa la verità processuale, che (per definizione) non è la verità. I processi si lasciano ai soli Tribunali, non ai giornali, non ai media. “Giustizia per Willy” è la frase che ci ripetiamo e in cui speriamo davvero. Perché altrimenti morti come queste si ripeteranno. Perché la Giustizia ci sarà davvero non solo attraverso l’applicazione di una pena adeguata ma anche cercando negli anni di recuperare almeno un briciolo della dimensione sociale degli individui che hanno fatto parte del branco stesso.


Se si remasse verso il fiume della cultura, del sociale, della musica, del teatro, dell’aggregazione che crea aggregazione, allora davvero saremmo di fronte ad una speranza. Perché è da lì che si deve ripartire. Dai sogni di un ragazzo di 21 anni e dall’educazione alla società. Willy è intervenuto
per difendere l’amico in difficoltà. Senza farsi domande. Perché è così che dovrebbe essere sempre, anche se non è per una vicenda di disagio sociale e violenza subita che avremmo voluto conoscere Willy.


Perché Willy è vittima di quella cultura dell’odio a cui ci ribelliamo.


Perché troppo spesso, per riportare all’attenzione del mondo alcuni argomenti, dobbiamo fare i conti con la perdita di un vero cuore impavido.

Au Revoir Willy, toujours contre la Haine.

Galo.