Non riesco neanche a quantificare le volte in cui – nell’ultimo anno – ho provato a riportare indietro le lancette dell’orologio della mia vita a prima che la pandemia prendesse il palcoscenico. E’ un esercizio di nostalgia che mi tiene di buon umore quando le cose non vanno e la nuvola di Fantozzi sembra essere ben salda sopra la mia testa. Di solito funziona, e mi ritrovo a sorridere da solo. Pensando a quanto sarà splendido tornare a vivere, tutti insieme. Questa volta ho deciso di tornare ad un pomeriggio di Novembre del 2019. Dove, per una quasi surreale concatenazione di eventi, mi ero ritrovato sulla terrazza della sede del Flamengo – affacciata sulla Lagoa di Rio de Janeiro – a cercare di mettere a fuoco quel biglietto per la prima finale di Copa Libertadores in campo unico della storia che stringevo saldamente fra le mani. Era davvero mio.

FLASH-FORWARD
Il Gate C03 dell’Aeroporto di Santiago – sede ufficiale della partita prima che la spostassero in Perù per i noti disordini in Cile – era stato testimone di un fortuito incrocio fra centinaia di tifosi di Flamengo e River Plate, le due compagini impegnate nella finale. Brasile e Argentina, Flamengo e River: due fra le massime espressioni del calcio latino. Così diversi e così uguali, a pochi metri gli uni dagli altri. Faccia a faccia, in campo come sugli spalti come davanti a quel tabellone con scritto: LIMA. Provate a immaginarvi due fazioni assolutamente pacifiche – coperte dalla testa ai piedi dai rispettivi colori sociali – intente ad “affrontarsi” in una gara di decibel a suon di cori e sfottò. In piedi sulle panchine di una sala d’aspetto, per oltre un’ora. In mezzo a tutto questo: un italiano qualsiasi, con gli occhi lucidi e un sorriso grande così.

FLASH-FORWARD
L’ex-interista Gabigol, dopo una partita nervosa e piuttosto avulsa, aveva appena pareggiato la partita ad un minuto dal termine. Tenendo così viva la fiamma della speranza di riportare la Libertadores sotto l’egida del Cristo Redentore trentanove anni dopo il grande Flamengo di Zico. Lo squadrone che diede una sonora lezione (3-0) al grande Liverpool di Bob Paisley nella Coppa Intercontinentale del 1980, proprio come recitava la canzone che la Torcida della rubro-negra stava intonando mentre i minuti di recupero scandivano l’arrivo inesorabile dei tempi supplementari. Invece, pochi secondi dopo, tutto sarebbe cambiato di nuovo. E i suddetti si sarebbero ritrovati a rotolarsi sugli spalti, con la coppa in tasca e le guance solcate da lacrime che solo lo sport può concedere: dolci come il miele se si è dalla parte dei vincitori, amare e velenose come cicuta se ci si ritrova improvvisamente vinti sulla linea del traguardo. Non avevo mai visto tanta gente piangere allo stesso tempo.


FLASH-FORWARD
All’aeroporto di Lima, la mattina seguente, regnava soprattutto la stanchezza. Se da un lato i brasiliani erano ancora in stato di grazia, pareva che la quiete rimanesse sovrana. Poi, di fronte a un Gate, i carioca avevano preso coraggio e avevano iniziano a stuzzicare i rivali: “AO AO AO, SEGUNDA DIVISAO!” a ricordare quella sciagurata (quanto meritata) retrocessione in cui erano sprofondati il River e la sua gente nel loro momento peggiore.I tifosi del River da quel terribile 1-2 del giorno precedente avevano somatizzato tutto: senza mai scomporsi, ma col cuore evidentemente in frantumi. Avevano accettato la disfatta con una dignità sorprendente. Del resto, chi meglio dei Millionarios può testimoniare che anche dalla notte più buia si possa tornare sul tetto del mondo. Ma in quel momento venivano toccate corde troppo profonde per lasciar correre. E infatti a quella provocazione avevano reagito eccome. Non nel modo che pensereste, ma semplicemente ricordando ai tifosi del Flamengo con chi “carajo” avevano a che fare.Seguiva una scena degna di un film: un signore piuttosto attempato si era alzato in piedi. E guardando i brasiliani dritti negli occhi aveva iniziato a cantare:

EL DIA QUE ME MUERA (il giorno che morirò) YO QUIERO MI CAJON (voglio che la mia bara) PINTADO EN ROJO Y BLANCO (sia pitturata rossa e bianca) COMO MI CORAZON (come il mio cuore)

Mano a mano, una parola alla volta, tutta la sala d’attesa si era destata, unendosi alla canzone: dal ragazzino sporco che aveva passato la notte per terra in aeroporto al signore di mezza età in camicia e Rolex, in piedi su una panchina come se il ragazzino fosse lui. Una reazione non di rabbia, ma di orgoglio. Perché vincere e perdere è parte della vita come dello sport, ma niente cancella il valore dei propri colori e il rispetto che meritano. Ho ancora i brividi a pensarci e sono sicuro che anche i brasiliani si siano un po’ pentiti di aver svegliato il can che dormiva in quella circostanza. Tanto che erano saliti ordinatamente sul proprio volo senza più proferire parola: sì con la coppa nella valigia, ma anche con una grande lezione di stile al suo fianco.
Quella scena mi ha fatto tornare alla mente la tragicomica parabola del Tano Pasmàn: tifoso patologico del River che veniva filmato a tradimento dalle sue figlie per deriderne le reazioni viscerali, quasi inspiegabili, durante le partite della sua squadra.

Tano Pasmàn, tifoso del River Plate

Il video che lo aveva reso famoso era stato quello del famoso spareggio della “Promocion” per rimanere in Primera contro i vicini di casa – letteralmente – del Belgrano. Sotto di due gol nella partita di andata e con lo spettro della prima storica retrocessione ormai ben visibile all’orizzonte, il Tano urlava ai suoi giocatori come se potessero sentirlo attraverso lo schermo della televisione: “PONGAN HUEVOS! SON RIVER! SON RIVER!” (letteralmente “Metteteci le palle, siete il River!”) come a ricordargli che responsabilità avessero addosso: quella di tante persone come lui e quel signore anziano in aeroporto – milioni – che soffrono e gioiscono ed urlano e piangono da tutta una vita perché la loro squadra è parte di chi sono ed il suo destino è legato indissolubilmente al loro.

Come recitava uno striscione ben visibile al Monumental, la casa del River: “De la cuna hasta el cajon”. Dalla culla alla bara.

A cura di Federico Dask

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