Haine We Riot è un progetto nato e sviluppato per essere qualcosa di popolare, nel senso etimologico del termine: raccontare (e stimolare) il nostro contesto sociale e gli elementi che lo compongono. Usando stoffa, voce e cuore per tenere alti valori fondamentali come aggregazione, amicizia e libertà.

Ieri sera sarebbe dovuta andare in onda, come da tradizione, una bellissima puntata di Rolling with Haine We Riot insieme a un MC di grandissima rilevanza come Dope One. Eppure tutto questo non succederà, perché sentiamo la necessità di fermarci un attimo e riflettere su quello che è stato il risveglio di ieri mattina.

Nella nostra collezione “L’ALTRO VIRUS” presentata giusto pochi giorni fa, abbiamo dato (meritata) attenzione al tema del calcio moderno. Un fenomeno di gentrificazione sportiva già in corso da anni e che oggi – con l’annuncio della famigerata “Superlega” – ha probabilmente conficcato l’ultimo chiodo nella bara di quella passione che, chi prima chi dopo, ci aveva preso con se fin da piccoli e raccontato un mondo dove lo spettacolo del campo era sì il centro dell’energia, ma non la sua totalità.

Con questa scelta, dettata da bieche logiche di business, vengono vilipesi due fondamenti della cultura sportiva: in primis quello dell’identificazione di una squadra col proprio contesto sociale. Rendendo gli stadi dei non-luoghi elitari, dove alla fedeltà si preferisce il potere d’acquisto. Dove uno vale uno, basta che lo stadio sia pieno. Ancor meglio se di turisti dal portafogli gonfio. Gli altri al massimo pagheranno la Pay-TV. Ma ancor peggio, per la prima volta verrà meno il valore inestimabile del merito sportivo: quello di chi con sudore si guadagna la vittoria ogni settimana per poter competere ai massimi livelli.

Quest’ultimo è un punto particolarmente doloroso, perché conferma il sospetto che il denaro sia ancora una volta la corsia preferenziale di chi non ha a cuore il progresso ma solo il profitto. Creare un modello sportivo dove arrivare ultimi possa comunque generare ricavi più che sufficienti e nessuna conseguenza sportiva è la morte assoluta della competitività. Partecipare – essere parte dell’Elite – è quindi molto più importante che vincere. Anzi, paradossalmente, diventa l’unica cosa che conta.

In questo periodo di forte crisi, dove tutte le condizioni per una necessaria (e quanto mai attesa) riforma dello sport più popolare al mondo sembravano finalmente presenti, ancora una volta chi avrebbe dovuto dettare la linea ha fatto spallucce. E chi possedeva il valore economico maggiore ha scelto di fare per conto proprio. Rischiando il tutto per tutto ancora una volta e decidendo deliberatamente di fare i propri interessi. Lasciando di conseguenza il resto a marcire. Problemi loro.

Credere che si possa ambire a qualcosa di meglio di questo schifo non è essere romantici o attempati. Crediamo sia semplicemente parte dell’essere umani. Se c’è qualcosa che lo sport ci ha lasciato sono i suoi valori. Mortificarli in nome del vile denaro manda un messaggio inaccettabile, soprattutto se i destinatari saranno gli uomini e le donne di domani. Per questo motivo facciamo appello a tutti coloro che di Haine We Riot portano fieramente addosso i colori di non abbassare la testa di fronte all’ennesima umiliazione di uno sport che da tempo non ci rappresenta più.

Come ulteriore gesto di protesta, domani sera (mercoledì 21), alle 20:45, faremo una diretta live contro la Superlega, con ospiti di grande rilievo, proprio in concomitanza del turno infrasettimanale di campionato (altro emblema del calcio moderno), lanciando così una chiara provocazione.

Condividete questo post, fatelo girare, guardate la diretta e boicottate il turno di un campionato che non ha proprio più niente da dire.

FUORI LA VOCE, FACCIAMOCI SENTIRE!

di Federico Dask

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