Nell’immaginario collettivo il calcio degli anni in cui siamo cresciuti – diciamo quello pre-payTV – rimane, ancora oggi, un baluardo delle libertà individuali e del rifiuto ad un certo tipo di business. Dal canto mio credo che ci si trovi alle prese con una grave forma di romanticismo legato ad un tempo in cui eravamo tutti più spensierati e meno cinici. Penso sia abbastanza palese che di puro, nel calcio che conta, ci sia sempre stato ben poco.

Quello che però credo sia decisamente cambiato invece è la distanza fra il mondo del calcio ed i suoi principali usufruttuarii, i tifosi. Da molti anni si è perso il focus su dove dovrebbe essere il centro del villaggio, lasciando spazio ad ogni genere di nefandezza ai fini di un facile profitto. Se da un lato è comprensibile che un certo livello di investimento richieda anche rendite proporzionali, dimenticarsi dell’opinione di chi paga il biglietto ritengo sia un peccato colossale.

E’ quindi normale che, in un momento storico dove l’attenzione non è più diretta alla propria gente, ci sia qualcuno che decida di fare altro. O ancora meglio, fare da se. L’esempio del Lebowski è ideale per analizzare un fenomeno che abbiamo già trattato su queste pagine: il calcio popolare. Portando le testimonzianze di St. Pauli ed FC United of Manchester, giusto per fare due esempi quasi agli antipodi nella loro idea originaria, ma molto calzanti.

L’epopea del Lebowski – nata quasi per scherzo, oltre quindi anni fa, sulle tribune di uno stadio sgangherato della periferia fiorentina – è oggi una solidà realtà societaria che affonda le radici in quel sentimento di rivalsa, di ribellione nei confronti di uno sport che sembra aver dimenticato i propri valori fondanti. Una società che guarda al futuro non solo in termini sportivi – ad oggi ha all’attivo ben tre promozioni – ma anche e soprattutto umani. Offrendo, ad esempio, una scuola calcio gratuita per 150 bambini a cui insegnare che il calcio non è solo la ricerca della fama e dove vincere non è l’unica cosa che conta. Ma che prima arrivano i valori di sportività, aggregazione ed amicizia.

Il prossimo lunedì, nel nostro consueto appuntamento con Rolling with Haine We Riot, parlaremo con alcuni rappresentanti di questa fortunata realtà. Discuteremo del progetto 800×100, delle criticità che gestire un azionariato popolare si porta appresso, del rapporto fra il campo e la curva Moana Pozzi – e di come le due cose si siano col tempo fuse – e di come il progetto si sia evoluto da un passatempo ad una vera e propria gestione a tempo pieno.

Ma soprattutto, racconteremo una storia che dice tanto di quello che ancora di buono e puro rimane nello sport e nella sua gente.

Federico Dask